MANO CON SFERA RIFLETTENTE

MANO CON SFERA RIFLETTENTE

Maurits Cornelis Escher

“La costiera amalfitana è un posto di sogno che non sembra vero” così la descriveva Alberto Moravia e così c’era scritto sulla guida che stava leggendo Jetta nei pressi del Vico Equense e della sua trascendentale Chiesa della Santissima Annunziata.

Jetta pensava a quanto fosse incantevole quel luogo e a quanto le sarebbe piaciuto un giorno potersi sposare in quella chiesa. Il mare sarebbe stato il più nobile dei testimoni e tutti gli invitati si sarebbero sentiti leggeri e felici, come in paradiso. Nulla a che vedere con Leeuwarden, il paese olandese da cui proveniva. Carino anche lui, ma privo e inetto a quell’atmosfera di eternità.

Decise di attendere il tramonto per vedere i colori rosati della chiesa sfumare in tenui riflessi arancioni.

Allungò l’orecchio per poter sentire il gorgoglio dell’acqua toccata dal sole calante e, dopo aver salutato il giorno, decise di andare verso Marina di Equa.

Il percorso in discesa accentuava il mutamento dell’aria sempre più fresca della sera e a Jenna era venuto anche un certo appetito.

Aveva sentito parlare di un’ottima pizzeria ed era desiderosa di sperimentare nuovi sapori misti a odori e luci del posto.

Durante il tragitto passò di fronte ad una signora vestita con un lungo abito di velluto rosso e pizzo nero, lunghi capelli mori raccolti in uno chignon, gli occhi truccati con un pesante ombretto nero e le labbra color rosso sangue.  Aveva un collana a forma di serpente argentato attorno al collo e un enorme anello al mignolo destro con incastonata una pietra probabilmente di ambra.

Se ne stava seduta davanti ad un tavolino a girare delle carte. Si trattava di tarocchi e lei doveva essere una maga. Sul tavolino v’era anche un oggetto misterioso avvolto da una stoffa di velluto blu.

Nel momento in cui Jetta le passò davanti, la maga alzò lo sguardo e la fissò negli occhi.

La ragazza si sentì come immobilizzata da tante braccia e obbligata a sostenere quella vista.

Sentiva il suo corpo come un metallo attratto da un’enorme calamita

“Solo con l’occhio si può penetrare l’enigma del mondo”, le disse la maga.

Jetta sbarrò più volte gli occhi per mettere a fuoco le parole e chiese alla misteriosa signora di ripetere ciò che aveva appena detto.

La maga la invitò ad avvicinarsi e le chiese se aveva delle domande inerenti il suo passato.

Jetta diffidente e sarcastica le disse di non avere domande sul passato e che, in quanto maga, avrebbe dovuto indagare se fosse interessata a sapere di più sul proprio futuro.

La maga ammorbidì il suo sguardo e, come rivolgendosi ad una bimba, le disse che finché non avrebbe accettato i demoni del suo passato, non avrebbe avuto senso parlare di futuro.

Jetta si sentì offesa, lei non aveva alcun demone con cui fare i conti.

La maga allora le parlò dell’umiliazione che aveva vissuto per anni da parte di sua madre, del periodo in cui si sentiva sbagliata, delle botte in nome di un dio a lei sconosciuto e manipolato dall’ira di sua madre; le parlò di un padre assente, succube alla follia di sua moglie e di un fratello dolce, comprensivo, ma totalmente impotente che si rifugiava nella musica pur di non sentire.

Jetta era stregata dalle labbra infuocate della maga, mentre le raccontava del suo passato.

Si chiese come poteva sapere tutte quelle cose di lei. Poi una vocina le suggerì di non farsi più tante domande e di sedersi al tavolino.

La maga prese l’oggetto avvolto dalla stoffa di velluto blu e lo scoprì. Comparve così una sfera di cristallo, adibita alla chiaroveggenza.

Iniziò a far volteggiare le proprie mani sopra la sfera, come se la accarezzasse. Jenna osservava incantata  la danza di quelle mani dalle lunghe dita decorate da lunghe unghie rosse. Le sembrò che la sfera fosse la sua testa e che la maga gliela stesse massaggiando rilassandola. La fattucchiera guardò la palla di cristallo e poi la ragazza,  la palla e ancora la ragazza. Le disse che sarebbe potuta diventare una guida per gli altri se solo fosse riuscita a risolvere il rebus del suo passato e a cogliere la vera realtà dietro al suo ego.

Jetta era confusa. Non comprendeva tutto ciò che le stava dicendo la maga. La donna la invitò a prendere la sfera in mano e a guardarci dentro.

La ragazza vide nella sfera un uomo. Un signore distinto con baffi e barba che si trovava all’interno di un salotto o studio. Dietro di lui v’erano degli scaffali con tanti libri, qualche quadro appeso alle pareti;  in fondo alla stanza due finestre, una stufa e una sorta di salottino con tavoli, poltrone e sgabelli. Sembrava un’immagine statica ma ciò che la rendeva più particolare era il fatto che l’uomo tenesse a sua volta in mano una sfera.

Jetta guardando negli occhi il barbuto signore percepì qualcosa di familiare.

La maga le svelò che l’uomo all’interno della sfera aveva una cosa molto preziosa in comune con lei.

I loro corpi infatti custodivano la medesima anima. La fattucchiera svelò a Jetta che in un’altra vita era stata un incisore famoso che aveva attirato l’attenzione di scienziati e matematici grazie alle sue opere grafiche. Compito di questo artista fu di evolvere attraverso la sua arte per poi permettere, a chi avrebbe ammirato i suoi capolavori, di evolvere a sua volta.

Jetta osservò la sfera e poi gli occhi dell’uomo riflesso. Qualcosa dentro di lei si accese. Non sapeva però cosa. Era come una sorta di ricordo. Chiuse gli occhi e davanti a lei apparvero velocissime immagini di un’altra vita, come diapositive proiettate su di un muro. Vide la sua città natia, vide un uomo e una donna, probabilmente i suoi genitori in una vita passata, vide luoghi e persone che conosceva ma di cui non ricordava il nome; vide i suoi lavori, la donna di cui si innamorò e vide se stessa nella sfera all’interno della stessa stanza dell’uomo distinto. Vide se stessa com’era ora, con le sembianza di questa vita. Riaprì di colpo gli occhi e guardò la sfera. Immaginò di avere in mano un immenso occhio che la stava osservando.

Improvvisamente Jetta capì. Tutto le era chiaro. Sorrise e poi rise. Una risata puerile, dolce, ingenua forse a tratti isterica. Aveva finalmente capito perché la sua vita, quella presente, era stata così dannatamente dura; aveva capito perché si trovava in quel luogo. Aveva capito o, forse più semplicemente, si era ricordata.

Jetta scrutò negli occhi la maga che avvertì quanto il suo sguardo fosse cambiato. Gli occhi della ragazza non erano più occhi di una ventenne avventuriera ma di un’anima antica.

Jetta le disse di volerla ringraziare infinitamente e la maga imbarazzata rispose di non preoccuparsi, perché ciò a cui aveva assistito valeva molto più di qualsiasi ricompensa.

La ragazza chiese allora di avere un foglio e una matita. La maga la accontentò e Jetta iniziò a disegnare velocemente. Era come se qualcuno le avesse preso la mano e la stesse guidando.

Poi pose una firma in basso a destra del foglio e lo donò alla maga. Si alzò e se ne andò.

La donna osservò attentamente il disegno. Era stato eseguito con tratti decisi ed esperti e lesse in basso a destra la scritta “Escher”.

L’universo aveva deciso di farle vivere un’esperienza incredibile, che le aveva permesso di contribuire alla creazione di una trasmutazione, di un processo alchemico, e di far ritrovare la casa ad un’anima antica. Aveva avuto il privilegio di vedere la luce della verità. E l’universo per questo la ringraziò donandole il disegno di questa trasformazione firmato da uno dei più grandi artisti grafici della fine del ‘900.

Quella sera Jetta gustò la miglior pizza della Costiera Amalfitana, si innamorò dei gusti, degli odori, dei colori di quel luogo e di quel momento che aveva ricordato essere infinito.

 

 

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