IL BACIO

IL BACIO

Gustav Klimt

I bimbi sono a scuola, le tazze della colazione sono già state pulite e riordinate nella credenza, i letti

già sistemati, la polvere fatta, la tavola per la cena già apparecchiata e le finestre sono ancora aperte

per cambiare l’aria nelle stanze ancora un po’ assonnate.

Klarissa è ferma davanti alla portafinestra del balcone, osserva i raggi del sole che, minuto dopo

minuto, si avvicinano a lei, piastrella dopo piastrella. Guarda i fiori gialli, viola e blu nei vasi appesi

alla ringhiera, poi, di colpo, chiude la portafinestra e tira la tenda color oro e puntellata di minuscoli

triangolini giallo senape.

Va svelta in bagno, si guarda allo specchio, si sistema il vestito a fiori comprato l’altro giorno e si

pettina i capelli rosso tiziano. Prende il rossetto e si tinge le labbra, le strofina tra loro per disporre il

colore in maniera omogenea, le apre leggermente avvicinandosi allo specchio finché, di colpo, si

allontana.

Va svelta in cucina, indossa il grembiule, tira fuori dalla dispensa tutto il necessario per preparare la

cena di stasera.

Klarissa sente di aver ripreso il controllo, taglia le verdure, accende il forno, prepara la carne e le

spezie; poi pensa ai bimbi, a cosa mangerebbero volentieri. A loro piacciono tanto i frutti di bosco e

le fragole, proprio come a lei. Lava le more, i mirtilli e i lamponi e li dispone in una ciotola; prende

le fragole, comincia a tagliarle, poi prende una fragola intera, l’avvicina al naso per sentirne l’odore,

fresco, pungente; l’appoggia sulla sua guancia destra e chiude gli occhi, è come un cubetto di

ghiaccio su di una ferita aperta; lenta la fa scivolare verso la bocca, la strofina sulle labbra. Imprime

gli incisivi lentamente nella carne del frutto per poi abbracciarlo con le labbra e succhiarne adagio

la dolce linfa.

Di colpo spalanca gli occhi, allontana la fragola, la guarda tra le sue dita su di cui il succo è

 

lentamente scivolato, si pulisce leccando la dolciastra ferita.

Klarissa piange. Si siede al tavolo della cucina e, come fosse una bimba, singhiozza sempre più

forte. Non ci riesce, nella sua testa c’è la convinzione di non riuscire a dimenticare, a fare finta che

vada tutto bene. E’ un chiodo fisso, un’immagine tatuata nei suoi ricordi.

 

Lei, ingenua studentessa di lettere, amante della poesia e delle pieces teatrali e lui professore di

musica.

Lei, una ventenne utopista e lui un quarantenne visionario. Fu un colpo di fulmine, un’attrazione

fatale, complementare, come il giallo e il viola.

A vederli sembravano il giorno e la notte, l’infinito lei, il relativo lui. Eppure, nonostante le loro

contraddizioni, vi era un flusso invisibile, ma percepibile nell’aria, una sorta di cella galvanica

capace, per l’appunto, di tramutare la loro attrazione chimica in qualcosa di elettrico.

Klarissa, di colpo, smette di piangere e si reca in camera da letto. Apre il terzo cassetto del grosso

comò in noce e, rovistando tra i maglioni ben stirati e piegati, tira fuori un diario minuscolo. Le

pagine sono già ingiallite, sono passati quasi vent’anni dalla data dell’ultimo foglio scritto. Si siede

sul letto e inizia a leggere a bassa voce quasi farfugliando: “Quel tardo pomeriggio Bruno mi

promise che mi avrebbe portata in un luogo magico, in un posto che sarebbe diventato solo nostro

per sempre. Lo raggiunsi in bicicletta, avevo un vestito corto a fiori, di lino, lui un paio di pantaloni

marrone scuro e una camicia beige aperta fino al terzo bottone. Sentii i suoi occhi attraversarmi le

viscere. I suoi occhi mori sembravano due pozzi senza fondo, due caverne in cui volevo inoltrarmi

nonostante la paura.

Percorremmo in bici un sentiero che portava ai campi ancora non coltivati della periferia. Poi Bruno

volle svoltare in una stradina laterale che si inoltrava più avanti in un fitto bosco. Avevo addosso un

eccitante senso di pericolo, seguivo la bicicletta di Bruno che, di tanto in tanto, si girava per

controllare che fossi vicino a lui. Ma ogni sua occhiata era una freccia infuocata che mi trafiggeva

il  corpo. In fondo alla stradina colsi un bagliore di luce, mi sentii improvvisamente morta e

condotta lungo il tunnel verso l’altra vita. Giunti in fondo fummo invasi dagli avvolgenti colori del

tramonto oro scuro. Lasciammo a terra le biciclette e proseguimmo a piedi nel campo, un prato

coperto da un tappeto di piccoli fiori gialli, viola e blu. Mi sembrò di camminare sopra a miliardi di

caramelle; il loro profumo scaturì in me un mix letale di meraviglia ed eccitazione. Bruno mi si

avvicinò, mi prese le mani e piegò le ginocchia invitandomi a fare altrettanto. Lentamente

scendemmo fino a sdraiarci sull’erba uno di fronte all’altra. Tra i nostri capelli si infilarono i fiori

coi loro lunghi gambi. Mi prese il viso con entrambe le mani e cominciò a baciarmi le guance, la

fronte, il collo. Dentro ai suoi occhi l’abisso della passione. Mi sentii sprofondare, era come se fossi

sull’orlo di un precipizio. Così mi aggrappai al suo collo con il braccio destro. Alternò baci leggeri

e veloci con cui si nutrì di ogni minima parte del mio corpo a baci intensi e profondi; baci a tratti

impertinenti, maldestri e conquistatori. Mi sentii adorata, una divinità implorata. I suoi baci

divennero sempre più esigenti, era affamato; sentivo che cercava qualcosa in me che non sapevo se

sarei stata in grado di dargli. Come due ingredienti di una pozione fatale, ci mescolammo. La nostra

unione, la nostra energia invisibile attraversò l’intero campo come un meteorite; i fiori gialli

richiamarono ancor più i toni caldi del cielo e in quel momento la terra e il firmamento si unirono

anch’essi in un amore inconfessabile ma sempre esistito.”

Klarissa sfoglia il diario e trova tra due pagine tre minuscoli fiori, uno giallo, uno viola e uno blu,

secchi, sottili come carta velina. Di colpo chiude il diario e lo ripone nel cassetto del comò.

Dalla cucina sente provenire odore di bruciato. Deve finire di preparare la cena per stasera. Poi

preparerà la merenda e andrà a prendere i bambini a scuola, li aiuterà a fare i compiti, attenderà che

torni suo marito per cenare tutti assieme, metterà i bimbi a letto, andrà anche lei a letto a dormire e

poi sgattaiolerà fuori nel profondo della notte; prenderà la bicicletta e si recherà in un vecchio bar

dove suonano musica jazz. Lì si siederà al solito tavolino, ordinerà una caipiroska e attenderà che

lui, Bruno, alzi lo sguardo dal pianoforte e che la guardi, che la trafigga ancora, per l’ennesima

volta e la faccia cadere in quel burrone, in quella voragine di mistica e dorata passione.

 

 

 

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