FANCIULLA CHE PIANGE L’UCCELLINO MORTO

FANCIULLA CHE PIANGE L’UCCELLINO MORTO

Greuze Jean-Baptiste

“Sophie, la tua voce è meravigliosa! Sono certo che un giorno diventerai una famosissima cantante

lirica! Devi solo affinare la tecnica, mia cara Sophie. Studiare di più, vivere di più, tutto qui. Ma hai

talento figliola, talento da vendere!”

Queste le ultime parole del maestro di musica che aveva seguito Sophie fin dalla tenera età di

quattro anni. Sophie, una ragazzina di 11 anni, futura promessa del canto lirico, una voce nitida,

pura, priva di chiaro scuri che trasudava dai pori della sua pelle perlacea e si espandeva come un

fiume in piena in qualsiasi angolo della stanza. Senza alcun minimo sforzo il suo corpo sprigionava

suoni dalla tonalità inconfondibile e dai ginnici gorgheggi. Un’esplosione di note distinte tutte

abbracciate fra loro, come un nastro dorato che cinge il cuore. Un dono divino appoggiato sulle

corde vocali di una giovane e piccola donna.

 

“Grazie Maestro, grazie tante! Le prometto che ce la metterò tutta per migliorarmi e vedrà, oh sì,

vedrà che diventerò la più grande e celebre cantante di tutta la storia della lirica!! Glielo prometto

Maestro, mi impegnerò e ce la farò!”

 

Tanti sogni negli occhi ingenui della piccola Sophie, tante speranze di poter un giorno esibirsi nei

più celebri teatri ed essere applaudita da centinaia di persone venute apposta e solo per lei.

Poi un giorno il Maestro di canto andò a dormire e non si svegliò più.

Fu da allora che Sophie non volle più saperne né del canto né di tutta la musica. Il suo punto di

riferimento, colui che aveva investito tanto nel suo dono non c’era più e non avrebbe mai potuto un

giorno vederla crescere né diventare una stella della lirica. Le promesse non avevano più senso di

esistere e ogni volta che si presentava l’occasione a Sophie di udire della musica scappava lontano

tappandosi le orecchie con le mani. Il dolore era troppo; ogni volta la cicatrice si riapriva e le

bruciava l’anima. Gli anni passarono e la famiglia di Sophie cadde in disgrazia. Non vi erano più

possibilità per mandare avanti la figlia a studiare e la povera si vide costretta ad accettare un posto

come domestica nella casa di una ricca e nobile famiglia.

Sophie si occupava di diverse faccende anche se principalmente le chiesero di prendersi cura della

loro figlia minore Isabelle, una bimba di appena cinque anni. Isabelle era una vivace e deliziosa

fanciulla dai capelli rossi e le mille lentiggini. Sophie si occupava del suo vestiario e della sua

stanza ma non mancava mai occasione di giocare insieme. Sembravano sorelle e Sophie diceva

sempre ad Isabelle che ogni sua lentiggine era in realtà un diavoletto che dormiva sulle sue gote e

che i suoi capelli erano rossi proprio perché i diavoletti si arrampicavano sulla sua chioma per poi

andare a riposarsi sulle sue guance. Quante risate e che complicità! Sembravano proprio sorelle e

Sophie era molto premurosa nei confronti di Isabelle.

Un pomeriggio Sophie, attraversando il parco, udii un forte cinguettio. Si avvicinò al cespuglio da

cui sembrava provenire quella sorta di lamento e vi scorse un uccellino, bianco e minuto. Decise di

 

prenderlo con delicatezza e portarlo a casa; lo avrebbe regalato a Isabelle e lo avrebbero curato

assieme.

Giunta alla dimora entrò correndo verso la stanza di Isabelle, ma all’improvviso si bloccò nel

corridoio. Sophie si impietrì, le sue gambe divennero macigni, il cuore le sobbalzò in gola quasi

soffocandola, cominciò a tossire e fu allora che il pianoforte smise di suonare.

Dalla stanza di Isabelle uscì la madre che invitò Sophie ad entrare per vedere la sua bimba fare la

sua prima lezione di canto.

Sophie era incredula e a stento riuscì a parlare. Non poteva essere vero. Un pianoforte in quella

casa, la sua adorata Isabelle che aveva deciso di cantare.

Giunta a fatica all’ingresso della stanza Isabelle le si buttò addosso abbracciandola estasiata e scorse

il piccolo uccello che Sophie le aveva portato. Fu una gioia immensa per la piccolina; fu per lei un

giorno veramente speciale. Sophie restò immobile con lo sguardo fisso sul pianoforte. Dentro di lei

si accalcarono migliaia di note che viaggiavano nelle sue vene avanti e indietro, dalla testa al cuore

e viceversa. Guardò con freddezza il maestro di canto di Isabelle e disse di dover andare a cercare

una sistemazione adeguata per l’uccellino trovato.

Nei giorni seguenti Sophie sembrò un’altra persona. Era fugace, austera, di poche parole. E la sua

amicizia con Isabelle divenne arida. Unica preoccupazione, al di fuori delle faccende da sbrigare,

era per lei curare il piccolo uccellino che Isabelle volle chiamare Wolfie, ispirata da Wolfgang

Amadeus Mozart.

Capitava spesso che Isabelle cominciasse a cantare in sua presenza e allora Sophie si allontanava

fingendosi affaccendata.

Un giorno Sophie si avvicinò al piccolo Wolfie per dargli da mangiare e il bianco pennuto la fissò a

lungo per poi cominciare a intonare una melodia. Sophie rimase basita. Perché la musica continuava

a cercarla? Perché ancora questo richiamo quando lei non ne voleva più sapere?

Wolfie continuò a cinguettare allegramente la melodia fissandola negli occhi e muovendo da una

parte e dall’altra la sua piccola testa. Dalla stanza di Isabelle provenivano le stesse note suonate al

pianoforte dal maestro e la piccola che con voce ingenua e soave ne intonava le parole.

Sophie aveva in petto un’orchestra, il suo cuore batteva il tempo, a lei non rimase che aprire la

bocca e intonare, cantare, rendere divina quell’insistente melodia. E così fece.

In quel mentre per lei fu come essere sollevata da un fortissimo vento al di sopra di tutto. Si rese

conto non solo di non aver dimenticato, ma di essere diventata matura, perfetta!

Sophie cantò per più di mezz’ora, ininterrottamente; tutti si fermarono ad ascoltarla e dalla finestra

in alto spuntò una testolina rossa, che la applaudì con tutti i suoi piccoli demonietti.

Fu una rivelazione, una straordinaria scoperta e la famiglia decise di aiutarla a perseguire nei suoi

studi di canto. Con lei c’erano sempre la piccola Isabelle e il trovatello Wolfie, tutti insieme al

pianoforte a cantare.

Sophie aveva ritrovato sé stessa, ma proprio quando tutto ormai aveva preso il suo posto, Wolfie, il

piccolo uccellino bianco morì. Sophie lo appoggiò sulla gabbia di legno a pancia in su, su di un

piccolo altare di fiori viola . Lo fissò appoggiando la testa ad una mano, disperata. Quel piccolo

essere le aveva ridato la gioia di vivere, le aveva ricordato chi era veramente e ora anche lui, come

il suo vecchio maestro, l’aveva abbandonata.

Trattenne le lacrime. Guardò Wolfie con tenerezza e fece una promessa, una promessa fatta tanto

tempo prima, una promessa fatta al suo maestro di canto ma che ora aveva deciso di fare a sé stessa.

Sarebbe diventata la più brava, la migliore cantante lirica di tutti i tempi. Sì, ce l’avrebbe fatta ora

che sapeva cos’è il dolore, la misericordia, il perdono, ora che poteva comprendere il vero

significato della musica e dei suoi sentimenti, ora che era diventata a tutti gli effetti un’artista.

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *