BACIO ALLO SPECCHIO

BACIO ALLO SPECCHIO

Adriana Bisi Fabbri

Quando ero piccola giocavo spesso da sola. Avevo un fratello maggiore di nome Maximilian, più

grande di me di ben sedici anni che ovviamente aveva tutto per la testa fuorché giocare con la

sorella minore. Max era un bellissimo ragazzo che poi divenne un affascinante uomo; era molto

 

intelligente e seguiva come un’ombra nostro padre nelle sue faccende. Voleva diventare come papà,

un famoso e richiesto uomo d’affari. Papà infatti era sempre molto impegnato, lo vedevo di rado,

ma  ogni settimana mi portava una bambola di porcellana nuova che aggiungevo alla mia

collezione. Erano bellissime le mie bambole; ne avevo di bionde, more, rosse, con le trecce, di

diverse etnie e nazionalità e le tenevo tutte sopra ad una cassapanca in avorio che papà aveva

portato dall’Africa.

 

Quando mi sentivo sola parlavo con le mie bambole e mi intrattenevo con loro in lunghe

chiacchiere di fronte ad una tazzina di tè che servivo con amore e parsimonia. Ce n’era una, diversa

dalle altre, più alta, con lunghi capelli neri e grandi occhi verdi, immersa in un elegante abito

vittoriano. Sembrava essere più grande d’età rispetto alle altre bambole e ciò mi portava a trattarla

in maniera diversa, quasi con riverenza. La chiamavo Lena e mi rivolgevo a lei con tono sempre

rispettoso, e i suoi consigli erano i più preziosi. A distanza di anni capii poi chi rappresentava quella

bambola tanto saggia… Era mia madre. Sì perché, ahimè, non ebbi mai la fortuna di conoscere mia

madre. Mi dissero che Dio l’aveva scelta per curare i bambini malati in cielo perché era stata una

donna molto buona e amorevole.

In verità morì quando nacqui io, durante il parto a causa di un’imprevista emorragia.

In parte fu anche per questo motivo che Max non volle mai avere molto a che fare con me. Egli

infatti mi considerava responsabile della morte di nostra madre.

Lena, la mia bambola saggia sapeva che soffrivo per questa accusa e cercava ogni volta di calmarmi

e rassicurarmi. Un giorno mi disse che avrei potuto vedere mia madre quando volevo; era

sufficiente che io mi avvicinassi ad uno specchio.

La figura riflessa nello specchio era mia madre. La fantasia di una bimba non ha limiti così mi

avvicinai allo specchio dov’ero solita sistemarmi i capelli e mi guardai. Sorrisi e, avvicinandomi

sempre più alla superficie riflettente, diedi un bacio allo specchio.

Ero convinta che anche mia madre mi avesse sorriso in quel momento e mi avesse dato un bacio.

Così, ogni mattina al mio risveglio e ogni sera alla buonanotte mi avvicinavo allo specchio per dare

un bacio a mia madre. Ero serena, finalmente sapevo che mia madre era con me, era tornata e non

era arrabbiata per quello che era successo alla mia nascita.

Passarono un paio di anni, arrivò la “grande depressione”. Papà e Max erano spesso a casa e non ne

capivo bene il motivo. Finché un giorno nostro padre ci riunì nel salone principale per annunciare

che saremmo dovuti andare via dalla nostra amata casa. La dimora infatti era stata ipotecata e papà

aveva perso ogni risparmio a causa della crisi economica.

Mi accorsi di come fosse invecchiato di colpo. Qualche capello grigio fuori posto e l’aria stanca e

abbattuta. Max sembrava assente, con lo sguardo perso nel vuoto e non proferì parola.

Il giorno dopo la servitù se ne andò. Rimanemmo solo noi tre ancora per una settimana. Ricordo che

i giorni passavano lenti, pareva di attendere la nostra condanna a morte. Una mattina papà uscì disse

per sbrigare delle faccende che ci avrebbero aiutato a tenere la casa, ma non tornò più.

Mai seppi che fine avesse fatto mio padre.

Così ci ritrovammo da soli io e Max. Il giorno in cui dovemmo lasciare la casa strinsi al petto Lena

e mi voltai a guardare per l’ultima volta la magica dimora che aveva protetto i miei sogni di

bambina. All’epoca io avevo otto anni e mio fratello non aveva di certo le possibilità per

mantenermi; così mi portò presso un convento di suore. Nonostante non mi avesse mai voluto bene,

non volli separarmi da lui, ma egli insistette e disse alle suore che avevo grossi problemi mentali,

che parlavo da sola con le mie bambole e che mi baciavo allo specchio.

Non rividi più nemmeno lui.

Gli anni del convento furono pochi. L’unica cosa che facevo era parlare con le mie bambole e

cercare conforto in uno specchio. Presto le suore cominciarono a pensare che mio fratello avesse

ragione e così mi portarono presso un manicomio.

Crebbi in manicomio. Gli anni più spensierati e ingenui della mia vita. Non ricordo molto di quel

periodo; ricordo solo la puzza, il gelo, le urla durante la notte, le docce fredde, i salassi e l’oppio di

cui divenni dipendente.

Ciò che mi salvò fu Lena, l’unica bambola che mi permisero di tenere. Forse saprebbe raccontare

meglio lei i giorni passati al manicomio. Era la mia unica confidente. Lena non smise mai di dirmi

che sarei uscita un giorno da quell’inferno e che tutto sarebbe andato bene.

 

E infatti, raggiunta la maggiore età, potei uscire grazie ad un medico dell’ospedale che mi dichiarò

guarita e capace di gestirmi autonomamente.

Ricordo il giorno di quando uscii dal manicomio. Strinsi forte al petto Lena e promisi di non

voltarmi.

Il medico gentile mi portò da una signora  di nome Theresa chiedendole di prendersi

momentaneamente cura di me finché non avessi trovato un lavoro. Detestavo quella donna, era

brutta  e scorbutica, ma sapeva fingere bene quando c’era di mezzo il suo interesse.

Io mi sentivo più serena e sollevata anche se la mancanza di oppio cominciava a dare i suoi disturbi.

Dovevo a tutti i costi trovare un lavoro.

Una notte udii degli strani mugolii provenire dalla stanza di Theresa e mi resi conto che stava

fornicando con qualcuno. La notte successiva fu lo stesso e così le notti seguenti. Cominciai a

pensare che lo facesse di mestiere così una mattina, a colazione, le chiesi chi erano tutti quegli

uomini.

Ebbe subito una reazione alquanto violenta, mi minacciò con lo sguardo e alzando un braccio col

pugno mi disse che mi avrebbe uccisa se mai avessi detto qualcosa al medico gentile che mi aveva

portato da lei.  Ma io le risposi che non era mia intenzione e che ero solo curiosa. Inizialmente non

volle spiegare più di tanto perché convinta che io fossi una pazza mocciosa che parlava ancora con

le bambole, ma poi si confidò e disse che tutti quegli uomini erano clienti e che era l’unico modo

per lei di poter campare da quando era rimasta vedova. L’età però cominciava a sentirsi, aveva più

di cinquant’anni, ed era preoccupata perché presto non avrebbe avuto più alcuna entrata economica.

Fu a quel punto che ci guardammo negli occhi e capimmo entrambe che una soluzione c’era ed era

l’unica per poterci salvare.

Così finii col fare la prostituta. Theresa gestiva il denaro e mi ripagava con cibo e oppio.

Non saprei descrivere bene nemmeno questa fase della mia vita perché, in un certo senso, fu come

tornare al manicomio. L’oppio mi annebbiava i volti, le parole e le sensazioni. Non uscivo quasi

mai da quella camera. L’unica a cui confidavo tutto era sempre Lena che ancora una volta mi disse

che prima o poi sarebbe finito tutto e che avrei trovato la felicità.

Una sera arrivò un nuovo cliente. Theresa era molto nervosa e prima di far salire l’uomo in camera

mi raccomandò di essere gentile e di accontentarlo in tutto.

Lo sentii salire le scale, bussò alla porta, andai ad aprire e alla vista di quell’uomo mi sentii svenire.

Per un attimo pensai di aver incontrato papà; in realtà davanti a me c’era mio fratello Max,

bellissimo, elegante e silenzioso.

Mi trafisse con lo sguardo, sentii che le mie gambe avrebbero ceduto e nel momento in cui stetti per

cadere Max mi accolse tra le sue grandi braccia.

Mi portò di sotto e quando fui più lucida mi raccontò di come ebbe passato questi anni, di come era

riuscito a rifarsi una vita e a farsi rispettare. Mi disse che conosceva il medico gentile che mi aveva

fatto uscire dal manicomio e che ora era tornato per chiedermi scusa e portami via con sé. Parlò con 

Theresa dicendo che d’ora in avanti si sarebbe occupato lui di me. La donna volle del denaro in

cambio e mio fratello le diede tutto ciò che le poté servire per vivere decentemente la sua vecchiaia.

Max mi disse di andare a preparare le mie cose. Così corsi subito di sopra. Ma appena giunsi in

camera colsi il mio riflesso nello specchio del vecchio comò dov’ero solita truccarmi. Mi avvicinai

lentamente osservando la mia immagine. Sorrisi, mi avvicinai ancora di più allo specchio e “le”

diedi un bacio.

Guardai Lena, le dissi che aveva sempre avuto ragione e che mia madre era qui proprio qui dentro

di me, nei miei occhi, nel mio sguardo, nei miei gesti.

Scesi le scale con la valigia. Salutai Theresa augurandole di stare bene e di sorridere di più.

Ricordo il giorno in cui me ne andai da quella casa. Guardai mio fratello Max, strinsi forte al petto

Lena e le dissi che d’ora in avanti sarebbe andato tutto bene.

 

 

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